VIDE
E CREDETTE
di Vittorio
Messori
Indagine sul
sepolcro vuoto
Malgrado venti
secoli di appassionata lettura credente e due di occhiuta, spesso
sospettosa, lettura “storicocritica”, si ha l’impressione
- che è poi certezza, fondata sull’esperienza quotidiana
dell’indagatore - che le parole greche del Nuovo Testamento
siano ancora lontane dall’avere rivelato tutta la loro
profondità e tutti i loro segreti. Si ha l’impressione,
cioè, che, dietro quelle antiche espressioni, ci siano ancora
molte cose da capire e da portare alla luce. Così che, agli
scavi archeologici, può e deve accompagnarsi lo scavo sempre
più approfondito dentro testi la cui inesauribilità è
tra gli aspetti che più inducono a convincersi di un Mistero
che vi stia dietro.
In questo articolo
ci confronteremo con uno di quei casi in cui, probabilmente, la
comprensione sinora avuta di certe espressioni va mutata, aprendo
nuove prospettive. E questo proprio nel cuore della fede, proprio al
suo inizio stesso, il mattino di Pasqua.
La fede in Gesù
come il Cristo atteso da Israele nasce infatti, per tutti, con le
apparizioni del Risorto. Per tutti, tranne che per uno: per il
discepolo prediletto, per colui che “il Maestro amava”,
per il giovane Giovanni. È lo stesso che, nel suo
vangelo, ci racconta come, entrato con Pietro nel sepolcro “vuoto”
(ma che, poi, evidentemente, vuoto del tutto non era, visto che vi
era abbastanza da indurre alla fede), “vide e credette”
(Gv 20,8): Eỉden kaì epìsteusen,
nell’originale greco. Un’espressione sintetica,
lapidaria, che segna un momento solenne: è in quell’istante,
in effetti, che nasce la fede, che nasce il cristianesimo stesso.
Ma perché
Giovanni “credette”, a differenza di Pietro che
pure, prima di lui e poi accanto a lui, vide le stesse cose e restò
perplesso, senza “ancora avere compreso la Scrittura, che egli
cioè doveva risuscitare dai morti”, come aggiunge
Giovanni stesso (20,9) e come conferma Luca, 24,12 (“(Pietro)
tornò a casa pieno di stupore per l’accaduto’)?
Perché a Giovanni basta ciò che ha scorto, appena
entrato nel sepolcro, mentre a Simone, che pure è capo del
collegio apostolico, occorre una speciale iniziativa del Risorto
stesso, per stare a Luca nella finale del resoconto dei discepoli
sulla via di Emmaus: “Davvero il Signore è risosto ed è
apparso a Simone” (Lc, 24,34)?
E’ una domanda
di straordinaria importanza perché, lo dicevamo, dalla sua
risposta dipende il momento stesso della nascita della fede. Eppure,
è sorprendente constatare come si sia sorvolato proprio su
questo versetto decisivo.
Ci si accontenta,
così, di spiegazioni che in realtà non spiegano nulla
come (citiamo un solo esempio, tra i più recenti e diffusi) la
nota che a quel “vide e credette” appone la
traduzione ecumenica della Bibbia: “Il discepolo vede nella
tomba vuota e nelle bende piegate con cura il segno che lo conduce a
riconoscere, nella fede, la risurrezione di Gesù”.
Siamo ben lontani da
una spiegazione soddisfacente: la “tomba vuota” è
tutt’altro che un segno inequivocabile, tant’è
vero che non è bastata a far intuire la verità alle
donne, le quali, entrate (nel sepolcro) non trovarono il corpo del
Signore. Mentre erano incerte per questo... " (Lc, 24,4).
La sola scomparsa del cadavere autorizzava tutte le supposizioni, a
cominciare dal furto, come pensa - piangendo, e per stare allo stesso
Giovanni - Maria di Magdala (20,11 ss.).
Non è poi
ammissibile l’altro elemento della presunta spiegazione: le
“bende piegate con cura" come “segno” della
Risurrezione, evidentemente sul presupposto, da parte dell’autore
della nota, che un ladro avrebbe lasciato tutto in disordine e non
avrebbe perso tempo a mettere ordine. Non è ammissibile,
innanzitutto, perché proprio le “bende” (come
dice, con scarsa precisione, la nota) erano, stando alla traduzione
della Cei - che è il testo utilizzato per l’edizione
italiana della traduzione ecumenica, di cui sì sono riprodotti
solo i commenti - quelle “bende”, dunque, erano gettate
"per terra”, come Giovanni ripete per due volte (20,5-7).
In apparente ordine ("piegato in un luogo a parte" Gv,
20,7, per dirla con la stessa traduzione) era semmai il sudario che
gli era stato posto sul capo” (ibid.).
Dunque, la tomba
presentava un aspetto insieme ordinato e disordinato. Sia la
sparizione del cadavere sia l’aspetto delle vesti funerarie
sembravano lanciare un messaggio ambiguo, aperto a tutte le
interpretazioni. Tale, comunque, da non giustificare affatto quel
“vide e credette”.
Oltretutto, dal
contesto sembra chiaro che quel “credette” non risale al
fatto che la tomba fosse vuota, ma piuttosto al fatto che c’era
là dentro - in quell’alba della prima domenica della
storia - “qualcosa” che indusse di colpo Giovanni a
credere. Divenendo, se così possiamo dire, il primo cristiano.
Che cos’era quel “qualcosa”? E possibile, scrutando
i testi, riuscire a intravedere quali siano stati quei “segni"
tanto inconfutabili?
Occorre riconoscere
che l’annuncio primitivo del cristianesimo, quale ci appare dal
Nuovo Testamento, sembra quasi dimenticare la tomba. Il fatto che sia
restata vuota non entra nel Credo e tutta la prima predicazione
insiste, come prova di verità, unicamente sulle apparizioni.
Solo
nel vangelo di Luca vi è l’episodio narrato anche da
Giovanni, ma vi si cita soltanto Pietro: “Pietro corse al
sepolcro e, chinatosi, vide solo le bende. E tornò a casa
pieno di stupore per l’accaduto” (Lc, 24,12).
La tradizione cui
Luca ispira il suo vangelo è quella che ha raccolto da Paolo:
in essa, evidentemente, l’episodio era raccontato in modo
abbreviato, non citando Giovanni (probabilmente perché ancora
troppo giovane al momento dei fatti e, dunque, non abbastanza
autorevole), ma confermando quanto nel quarto vangelo è detto,
a proposito degli effetti di perplessità e non di fede
procurati su Pietro dalla visita al sepolcro.
Si noti, tra
l’altro, nel brano di Luca appena citato, quel “chinatosi”,
che è esattamente il “chinatosi” di Giovanni, che
lo riferisce a se stesso, ma che ha lo stesso valore: quello, cioè,
di una sorta di "frammento” di ricordo diretto, restato
nel racconto fatto dagli stessi protagonisti. È un altro dei
tanti segnali, sparsi per tutto il vangelo, che rinviano -
all’improvviso e senza alcun sospetto di premeditazione - a una
testimonianza diretta e oculare, a un elemento cronachistico. Ma è
tra i segnali di verità, anche perché rispecchia una
realtà che l’archelogia ha confermato: come tutte quelle
dei notabili d’Israele, anche la tomba di Giuseppe d’Arimatea
era scavata nella roccia e la sua apertura era più bassa della
statura di un uomo. Così che, per entrarvi o anche solo per
guardarvi dentro, occorreva “chinarsi”: proprio come
dicono il vangelo di Luca e quello di Giovanni.
Tra l’altro,
tra le tracce e gli indizi di nascosto accordo tra i vangeli, c’è
un “segnale” nello stesso capitolo 24 di Luca dove, al
versetto 12, per brevità o per il motivo che dicevamo (l’età
di Giovanni, in un mondo dove aveva valore solo la testimonianza di
uomini maturi) non si parla che di Pietro accorso al sepolcro. Ma
ecco che, poco sotto, i due discepoli che se ne vanno verso Emmaus e
parlano con lo Sconosciuto, dicono: “Alcuni dei nostri sono
andati alla tomba e hanno trovato le cose proprio come le donne
avevano detto, ma lui non l’hanno trovato!” (Lc, 24, 24).
I verbi al plurale ("alcuni dei nostri” è il
soggetto) non possono spiegarsi con il solo Pietro di cui lo stesso
evangelista aveva parlato e sembrano confermare che accanto a lui
c’era qualcun altro, visto che non vi è cenno di altre
visite al sepolcro da parte di uomini (delle donne gli evangelisti
parlano sempre a parte, e distinguendo con chiarezza).
Comunque sia,
soltanto quando Giovanni - dopo che i Sinottici avevano già
scritto, secondo il parere comune degli studiosi - redasse il suo
vangelo, dell’episodio fu data la versione “completa”;
e fu data dall’evangelista-apostolo stesso, che dice di avervi
partecipato in prima persona.
La riportiamo qui,
quella versione giovannea, come al solito nella traduzione della
Conferenza Episcopale Italiana.
C’è,
innanzitutto, l’antefatto, che non è possibile
trascurare e che quindi richiamiamo al lettore, anche se la nostra
analisi si eserciterà su quanto segue: “Nel giorno
dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon
mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata
ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e
dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse
loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo
dove l’hanno posto!” (Gv, 20,1 ss.).
Ed ecco subito di
seguito il passo che ci interessa esaminare, perché in esso è
contenuto l’enigma troppo spesso trascurato (che cosa vide
Giovanni?): "Uscì allora Simon Pietro insieme
all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano
insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più
veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le
bende per terra, ma non entro. Giunse intanto anche Simon Pietro che
lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e
il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le
bende, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche
l’altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro e vide e
credette” (Gv, 20, 3-8).
Così, dunque,
la Bibbia “ufficiale” dei cattolici italiani; la quale
però qui (alla pari, del resto, di tutte o quasi le altre
traduzioni, sia in Italia, che nel mondo intero) sarebbe imprecisa,
equivocando a tal punto sulla lettera e lo spirito dell’evangelista
da rendere incomprensibile le ragioni di quel “vide e
credette” che termina in modo folgorante la prima visita a
ciò che diventa da quel momento il Santo Sepolcro.
La dimostrazione (se
davvero è tale) che qui i traduttori cadrebbero in gravi
abbagli, è proposta da un prete diocesano laziale, un
“dilettante”, don Antonio Persili, anziano parroco a
Tivoli. Sin da seminarista, racconta, fu ossessionato da quel eỉden
kaì epìsteusen: che cosa vide Giovanni per credere?
Insoddisfatto dalle spiegazioni tradizionali (e non a torto, come
vedremo) don Persili per decenni si è arrovellato, cercando se
per caso, sotto quelle poche parole greche, Giovanni avesse dato
indicazioni su ciò che c’era davvero là dentro.
Convinto, a un certo
momento, di avere avuto l’intuizione giusta, l’approfondì
sempre di più, decidendosi finalmente nel 1988 ad esporre in
un libro i risultati delle sue ricerche.
Il volume, dal
titolo "Sulle tracce del Cristo risorto" (sottotitolo:
"Con Pietro e Giovanni testimoni oculari"), non
trovò un editore e, quindi, don Persili lo pubblicò a
sue spese. Un esemplare fu inviato dall’autore anche al
sottoscritto che, riservandosi di esaminarlo un giorno o l’altro,
lo depose sui suoi scaffali. Tra migliaia di altri libri, giacque
dimenticato il libretto, dall’apparenza modesta, del vecchio
parroco di Tivoli (scambiato a prima vista anche da chi scrive,
occorre pur confessarlo, per uno dei tanti apologeti naifs che
inviano in continuazione a studiosi e giornalisti le loro presunte,
quasi sempre inservibili, “dimostrazioni scientifiche”
della verità dei vangeli).
Avendo recuperato il
testo dimenticato quando si trattò di scrivere questo libro e
avendolo studiato con attenzione, eccoci a proporre alcune sue
ipotesi come attendibili. In ogni caso, seriamente documentate da uno
che, come questo sacerdote, dimostra di maneggiare molto bene il
greco del Nuovo Testamento e di avere studiato e ricostruito come
pochissimi altri le tecniche, gli usi, i costumi funerari
nell’Israele antico. Un aspetto, questo, essenziale per cercare
di capire che cosa “vide” Giovanni e, in generale, per
saggiare la storicità dei racconti di passione, morte,
risurrezione; e aspetto, invece, a tal punto trascurato che,
nell’immensa bibliografia biblica, sembra proprio che manchi
un’opera specifica approfondita che lo affronti. Don Persili lo
ha fatto, con risultati che sembrano convincenti.
Seguendo la
ricostruzione, attenta ai testi e alle fonti, del Persili, la
preparazione del corpo fu accurata e completa, non affrettata e
provvisoria come abitualmente si dice.
Mancava il tempo,
mentre incombeva l’inizio del sabato, quando ogni lavoro doveva
cessare? In realtà i due uomini, entrambi grandi notabili in
Israele, dovevano disporre di molti servi che certamente portarono
con sé e che i due coordinarono efficacemente perché le
cose si svolgessero al meglio.
Quanto alle ore
disponibili, dovettero essere di più di quanto si pensi. Se
Gesù morì, stando ai Sinottici, all’ora nona (le
tre del pomeriggio), stando alle stesse fonti le operazioni per la
sepoltura iniziarono più tardi, quando era ormai venuta la
sera “(Mt, 27,57; Mc, 15,42) e occorreva non attardarsi per
evitare di essere sorpresi dall’inizio del sabato. Ma questo,
come sembrano ignorare molti, non cominciava col tramonto del disco
solare: stando ai rabbini, quando in cielo appariva la prima stella
si era ancora al venerdì, alla seconda si era tra il venerdì
e il sabato e solo alla terza stella cominciava il giorno sacro del
riposo.
Le tristi operazioni
iniziarono con l’acquisto del “lenzuolo” da parte
dell’Arimateo, stando al racconto di Marco (15,46). In realtà,
la traduzione della Cei ("egli, allora, comprato un
lenzuolo...") non sembra accettabile. La parola sindớn
può anche, in senso secondario e particolare, significare
“lenzuolo” (al pari di “vela" “vessillo”,
ecc.), ma in senso primario e generico significa “tessuto di
lino”, “tela”. Non esistevano lenzuoli funerari da
comprare, magari in apposite botteghe: i morti erano sepolti dagli
ebrei con le loro vesti. Ciò che Giuseppe d’Arimatea
comprò - o, meglio, quasi certamente fece comprare da qualche
suo servo - fu un rotolo di tela di alcuni metri, di cui si servì
per ritagliare i pezzi necessari per ricoprire, avvolgere, legare il
corpo di Gesù, completamente nudo (tranne, forse, uno straccio
alle reni: omaggio romano alla pudicizia ebraica) poiché le
sue vesti, come per ogni condannato a morte, erano finite ai soldati.
Dal rotolo di tela
fu ricavato subito il lenzuolo in cui il Crocifisso fu avvolto, come
specificano tutti e tre i Sinottici, mentre Giovanni dà questo
per scontato e passa alla fase successiva: "e avvolsero (il
corpo) in bende..."(19,40).
L’avvolgimento
previo nella tela (la "sindone”) era necessario per due
motivi: innanzitutto, per evitare di toccare direttamente il cadavere
e non incorrere così in una grave impurità; in secondo
luogo, per una prescrizione della Legge, che imponeva di non lasciare
disperdere il sangue dalle ferite di chi fosse morto in modo
traumatico. Si sa che, per l’ebraismo, il sangue rappresenta
l’uomo stesso: andava dunque in qualche modo “salvato”,
tanto che si imponeva di seppellire con il morto anche le zolle di
terra su cui qualche goccia fosse caduta.
Anche alla luce di
ciò, si noti, in questi racconti di sepoltura, un segno
ulteriore di credibilità storica a silenzio: non si
dice, cioè, che il cadavere di Gesù sia stato lavato,
come era invece d’uso - anzi obbligatorio, stando ai rabbini -
in Israele. Persili: “Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo non
hanno lavato e unto con l’olio il corpo di Gesù, ma lo
hanno avvolto semplicemente in una tela non perché non avevano
tempo a disposizione; non perché non avevano l’acqua,
che avrebbero potuto procurarsi con facilità; neanche perché
pensavano di procedere solo a una sepoltura provvisoria; e, di certo,
nemmeno perché non amavano e non rispettavano abbastanza Gesù.
Se non l’hanno fatto, è perché obbedivano a una
precisa prescrizione della Legge, che imponeva di seppellire il
defunto per morte violenta con il suo "sangue di vita”,
senza detergerlo. E solo degli esperti della Legge, come quei due,
potevano conoscere questa particolare prescrizione”. Dunque,
non solo in ciò che fecero, ma anche in ciò che non
fecero si nasconde un segnale di attendibilità storica.
Ecco, allora, la
sintesi della ricostruzione data da Antonio Persili: “Il corpo
di Gesù fu preparato per la sepoltura nel seguente modo. Prima
fu avvolto in una grande tela (la sindớn) con il duplice
scopo di non toccare il cadavere con le mani nude e di non disperdere
il sangue. Quindi, si passò alla seconda operazione di
avvolgere e legare il corpo con le fasce (othớnia) versando
nel frattempo, all’interno e all’esterno di esse,
profumi. I Sinottici, non avendo parlato dell’intervento di
Nicodemo con i suoi aromi, non ne descrivono l’impiego, anche
perché non avevano intenzione di dire per filo e per segno
come era stato preparato il corpo di Gesù per la sepoltura;
mentre Giovanni, usando il verbo entafiàzo, che
significa esattamente “preparare un cadavere per la sepoltura”
e non semplicemente “seppellire”, descrive con precisione
come essa di fatto avvenne. Questa operazione di avvolgimento e di
legamento fu preceduta e seguita dall’applicazione di due
“sudari”: il primo all’interno della sindone, dove
svolgeva la funzione di mentoniera; il secondo all’esterno, per
completare l’avvolgimento e il legamento, come vedremo meglio.
E il tutto fu fatto al di fuori del sepolcro, sulla pietra da unzione
che faceva parte del complesso sepolcrale di proprietà di
Giuseppe”. Quando tutto fu finito, il corpo fu trasportato
all’interno, sul banco scavato nella roccia. Poi, per dirla con
Matteo, “fu rotolata una grande pietra sulla porta del
sepolcro” (27,60). Dopo il silenzio del sabato (questo giorno
inquietante e misterioso forse più di ogni altro. quello in
cui il Padre si “nasconde” a tal punto che il Figlio
giace inanimato in una tomba), verrà la sorpresa sbalorditiva
del “terzo giorno”.
Tra
sindone, sudario, fasce
Perché
Giovanni - l’apostolo e l’evangelista - fu il primo che
credette nella risurrezione di Gesù? Che cosa “vide”
per avere “creduto” (come dichiara al versetto 8 del
capitolo 20 del suo vangelo), dopo essere entrato nel sepolcro, al
seguito di Pietro, in quell”’ottavo giorno” che
divenne la prima domenica della storia?
Impostato in
precedenza il problema, adesso, affrontiamo subito il testo di
Giovanni nella traduzione datane dalla Bibbia della Cei,
affiancandovi la versione e la relativa interpretazione di Antonio
Persili, il sacerdote che ha dedicato gli studi di una intera vita a
cercare di decifrare il perché di quella fede subitanea.
Giovanni, 20,5,
traduzione della Conferenza Episcopale Italiana: “Chinatosi,
(Giovanni) vide le bende per terra, ma non entrò”.
Traduzione di
Antonio Persili: “ Chinatosi, (Giovanni) scorge le
fasce distese, ma non entrò”.
Come
si vede, l’edizione ufficiale cattolica ha “le bende per
terra”; quella del nostro studioso traduce “le fasce
distese”. Il punto è decisivo per lo stesso evangelista,
che in ciascuno degli altri due versetti che seguono (il 6 e il 7)
parla di quelle che per la Cei sarebbero “bende per terra”,
mentre per Persili sono sempre e solo “fasce distese”.
Che cosa ha voluto comunicarci Giovanni, ripetendo tre volte in tre
versetti successivi quel suo keìmena tà othònia,
quel linteamina posita come traduce la Vulgata latina?
Per capire dobbiamo
rifarci, come sappiamo, alla “tecnica” di sepoltura messa
in atto per Gesù, secondo le leggi e i costumi ebraici, da
Giuseppe d’Arimatea, dal suo pietoso aiutante, Nicodemo e,
certamente, dai loro servi. Come ricordavamo precedentemente, Persili
coordina (con un'abilità nella quale non sembra però di
scorgere forzature) i cenni che al proposito ci danno i Sinottici con
quelli di Giovanni, mettendo in rilievo che il corpo del Crocifisso
deve essere stato interamente avvolto in una grande tela - la sindòn
- non solo per evitare il contatto dei vivi con un cadavere di per sé
impuro, ma anche per obbedire al precetto di non disperdere il sangue
di chi fosse morto con ferite sul corpo.
Dallo stesso rotolo
di tela da cui fu ricavata quella “sindone”, l’Arimateo
- o qualche suo servo - tagliarono tà othònia:
che non sarebbero “bende”, ma “fasce”.
“Bende”, in effetti, erano quelle che legavano il
cadavere di Lazzaro e per indicare le quali lo stesso Giovanni usa un
diverso sostantivo (11, 44). Le othònia - le quali, lo
ripetiamo, tornano qui in tre versetti - erano più alte: delle
grosse “fasce”, con le quali fu avvolto tutto il corpo di
Gesù, escludendo solo la testa. Su quest’ultima, alla
“sindone”, che già la copriva, fu sovrapposto il
“sudario”.
Come giunge Persili
a questa ricostruzione? Innanzitutto, facendo osservare come sia
scritto che Giovanni, “chinatosi vide le fasce”: se vide
solo esse e non il lenzuolo, è evidentemente perché
quest'ultimo era tutto coperto dalla fasciatura (ad esclusione del
capo; ma l'Apostolo, stando al di fuori, vedeva la parte dov’erano
stati i piedi).
Ma, poi, non va
dimenticato che poco prima lo stesso evangelista aveva parlato di
quelle stesse othònia: “Essi presero allora il
corpo di Gesù e lo avvolsero in bende insieme con oli
aromatici, come è usanza seppellire per i Giudei” (Gv,
19,40). Gli “oli aromatici” sono la “mistura di
mirra e di aloe di circa cento libbre” portata da Nicodemo.
Erano ben 32 chili e 700 grammi, in forma liquida, di cui una parte
fu versata sulla pietra sepolcrale sino a preparare un “letto”
di profumi, un’altra parte servì per ungere le pareti
interne della tomba (ecco perché una simile quantità,
che è sembrata inverosimile a tanti critici) e il rimanente fu
versato sulla sindone.
Le “fasce”
messe tutto attorno al corpo di Gesù, sino a coprire
interamente il lenzuolo, avevano anche la funzione di impedire quella
troppo rapida evaporazione del liquido aromatico che si sarebbe
verificata se la sindone fosse stata a contatto con l’aria. Si
noti che questa sembra essere stata la funzione anche del sudario sul
capo. Se c’era già la sindone che lo avvolgeva, perché
quel pezzo ulteriore di tela? Una ragione precisa l’aveva:
proteggere la soluzione di mirra e di aloe da una evaporazione
eccessiva-mente veloce.
“Fasce”,
dunque, non “bende”: una copertura completa sino al
collo. E, soprattutto, non “per terra” (Cei) bensì
“distese” (Persili). Il testo greco, in effetti,
dice che le othònia erano keĩmena. C’è
qui, dunque, il participio del verbo keĩmai, che
corrisponde al latino jacere, giacere. Come spiega un
vocabolario classico di greco, quello dei Bonazzi, keĩmai
“significa giacere, essere disteso, seduto, steso, orizzontale;
si dice di una cosa bassa in opposizione ad una elevata, eretta, come
per esempio il mare calmo rispetto al mare agitato".
Ne deriva, dunque,
Persili: “Il significato che Giovanni vuoi dare a questo verbo
è far risaltare che prima le fasce erano rialzate (“come
un mare agitato’), perché all’interno c’era
il corpo; dopo la Risurrezione, invece, le fasce erano abbassate,
distese ("come un mare calmo”), giacendo nel medesimo
posto in cui sì trovavano quando contenevano il cadavere di
Gesù. E’ arbitrario farle giacere per terra, come vuole
la versione ufficiale. La Vulgata traduce con il participio
posita, che rende bene l’idea delle fasce distese e
vuote, perché il verbo ponere significa appunto
“mettere giù”. Perciò le due parole keĩmena
tà othònia si devono tradurre come “le fasce
distese”, ma intatte, non manomesse, non disciolte (...) Esse
costituiscono la prima traccia della Risurrezione: era infatti
assolutamente impossibile che il corpo di Gesù fosse uscito
dalle fasce, semplicemente rianimato, o che fosse stato asportato,
sia da amici che da nemici, senza svolgere quelle fasce o, comunque,
senza manometterle in qualche maniera”.
Continua il nostro
autore: “Questa traccia sarebbe stata sufficiente per credere
nella Risurrezione, ma nel sepolcro v’era una traccia ancora
più straordinaria, che Pietro ebbe la ventura di vedere per
primo: la posizione del sudario. Se è importante, per capire
la fede immediata di Giovanni, la posizione delle fasce, lo è
ancora di più la posizione del sudario, quello che stava al
contatto del corpo. E una posizione così sorprendente che
all’evangelista è necessario un intero versetto di venti
parole per descriverlo”.
Prima
di quel versetto, il settimo, c’è ovviamente il sesto
che, nella versione Cei, dice: “Giunse intanto Simon Pietro che
lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra”.
Qui la sola mutazione da apportare, come sappiamo, sarebbe “le
fasce distese" al posto di “le bende per terra".
Ma ci
sarebbe da aggiungere che sia la Vulgata latina che l’attuale
versione cattolica italiana traducono sempre con “vedere”
i tre diversi verbi greci impiegati in questi versetti da Giovanni.
Si perde così una sfumatura importante, con la quale
l’evangelista sembra avere voluto indicare una
progressione: dal primo constatare con perplessità, al
contemplare successivo e poi al vedere pienamente,
così da comprendere e da credere.
Non è una
osservazione marginale, perché anche in questa scelta attenta
di verbi solo apparentemente sinonimi Giovanni conferma quale
attenzione richieda al lettore perché colga il
significato preciso di ogni parola. Che nulla nei vangeli sia
“casuale” è possibile scoprirlo anche in queste
“finezze” che stanno dietro al testo originale e che
spesso non è possibile apprezzare nelle traduzioni, che hanno
reso i tre verbi usati da Giovanni in questi versetti (blépei,
theòrei, eìden) tutti con un “vide”.
Ma veniamo al
versetto 7 che continua la descrizione di ciò che si
trovò davanti Pietro: “e il sudario, che gli era stato
posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a
parte”. Così la versione Cei. Stando, invece, alla
traduzione proposta da Persili: “e il sudario, che era sul capo
di lui, non con le fasce disteso, ma al contrario avvolto in una
posizione unica".
Innanzitutto, va
ricordato che il termine “sudario” ha assunto per
noi, proprio sotto l’influsso delle parole evangeliche, un
significato funerario, mentre invece altro non era che un pezzo
di tela, un fazzoletto (più grande dei nostri attuali)
usato per detergere il sudore. Come dice, del resto, la parola
stessa.
Ricordarlo
è importante, perché molti hanno fatto e fanno
confusione tra la “sindone” di cui parlano i Sinottici e
il “sudario” di Giovanni, magari al punto di
identificarli, credendo fossero entrambi “abiti funerari”.
In realtà, quel “sudario” era un pezzo -
probabilmente con un lato dai 6o agli 8o centimetri - che
Giuseppe d’Arimatea tagliò, o fece tagliare, da quel
rotolo di tela da cui già aveva tratto la sindòn
e le othònia, il lenzuolo e le fasce.
Sul
perché di questa copertura ulteriore, col sudario, sul
capo già rivestito dalla sindon abbiamo detto più
sopra: una protezione del liquido aromatico versato in quantità
da Nicodemo e dai suoi servi. Né è da escludere l’altro
motivo addotto da Persili: non lasciare in disordine le piegature del
lenzuolo, visto che tutto il resto del corpo era ordinatamente
fasciato. E sia l’Arimateo che Nicodemo, ricchi e autorevoli
notabili, non erano certo persone da amare lavori
approssimativi, soprattutto per un uomo che avevano amato. Forse non
è da escludere neppure che le ferite al volto e al capo (la
corona di spine, tra l’altro, fonte di una abbondante
emorragia) inzuppassero di sangue il lenzuolo.
Se Giovanni
specifica che era proprio “quel sudario che gli era stato posto
sul capo” è probabilmente, dice Persili, per “mettere
in guardia il lettore dal credere che si stia parlando
dell’altro sudario, che si trovava all’interno della
grande tela, come mentoniera, e che perciò non era
visibile. Giovanni, insomma, precisa che Pietro ha visto il sudario
che stava all’esterno, sul capo di Gesù, e non quello
che stava all’interno, intorno al capo di Gesù”.
La mentoniera, in effetti, faceva parte pietosa dell’uso
funebre per impedire la vista disdicevole della bocca spalancata
a causa del cedimento, nel defunto, dei muscoli della mandibola. Un
chiarimento al lettore antico era dunque necessario da parte
dell’evangelista: Gesù era stato sepolto rispettandone
anche in questo la dignità.
Proseguiamo: quel
“sudario”, quel fazzoletto, “ non (era) per terra
con le bende” (Gv 20,7): così vorrebbe la traduzione
Cei. E qui ritornano, dunque (per la terza e ultima volta), le
othònia keĩmena. Persili: “In realtà,
il vangelo vuol dire che il sudario non era appiattito sulla pietra
sepolcrale. I geometri dell’antica Grecia usavano l’espressione
keĩmenon schéma nel senso di “figura
in piano, orizzontale”. L’evangelista vuol dire la
stessa cosa: le fasce erano distese in piano, sì trovavano in
posizione orizzontale, mentre il sudario era in una posizione
rialzata”. Da qui, la traduzione proposta dal nostro
studioso: "non con le fasce disteso”. Il sudario,
s’intende, è il soggetto.
Segue subito dopo -
in questo stesso cruciale, decisivo versetto 7 - un allà
chorìs entetyligménon, che la Cei
traduce con un “ma piegato a parte”. Sentiamo ancora il
nostro sacerdote biblista: “L’infelice traduzione
distrugge la mirabile traccia che l’evangelista ha
rilevato con grande cura e ha descritto con laconicità e
chiarezza. Infatti, questa traduzione contiene tre errori che
stravolgono la testimonianza di Giovanni.
Secondo don Persili,
dunque, “prima di tutto, il participio entetyligménon
è stato tradotto, arbitrariamente, con il participio italiano
“piegato” invece che con “avvolto”. Il verbo
entylìsso corrisponde ai verbi “avvolgo,
involgo, ravvolgo”. Ne è conferma il fatto che
deriva dal sostantivo entylé che corrisponde a
“coperta, accappatoìo oggetti che servono per avvolgere
e non per piegare”.
Ma c’è
poi quel chorìs, che è un avverbio: “E
vero che, in italiano, significa innanzitutto “separatamente,
a parte, in disparte”. Ma è anche vero che, in senso
traslato, può significare “differentemente, al
contrario”. Può assumere due sensi: quello locale e
quello modale, traslato. Qui si vuol dare all’avverbio chorìs
il significato traslato, perché la logica della testimonianza
consiste nell’opporre la posizione assunta dalle fasce
(distese) a quella, diversa, assunta dal sudario (avvolto)”.
Terzo errore - o
fraintendimento che sia - della traduzione ecclesiale italiana
sarebbe il non avere compreso (per motivazioni filologiche che qui
sarebbe troppo complesso esporre) i rapporti tra l’avversarivo
allà (‘ma’) e l’avverbio chorìs.
“Concludendo”,
scrive Persili, “la frase si deve tradurre in modo da rendere
l’idea che il sudario per il capo si trovava in una posizione
diversa da quella delle fasce per il corpo e non in un luogo diverso.
Pietro contempla le fasce distese sulla pietra sepolcrale e, sulla
stessa pietra, contempla anche il sudario che, al contrario delle
fasce, che sono distese, è in posizione di avvolgimento,
anche se non avvolge più nulla”.
Pertanto, la
traduzione corretta sarebbe, invece che il “ma piegato a parte”
della Cei: “Ma al contrario avvolto”.
Però, per
completare questo versetto 7, ci sono tre altre brevi parole
greche le quali sarebbero state fraintese più ancora
delle altre. Quelle parole sono eis éna topòn:
stando alla Cei - e, bisogna pur dire, stando al senso immediato per
chiunque sappia anche solo un po’ di greco - il loro
significato sembra evidente. E, cioè: “in un luogo”.
E con questi tre termini che la traduzione dei vescovi italiani
può costruire la frase “in un luogo a parte".
Poiché, però,
questo non sembra dare significato sufficiente, le interpretazioni
si sono sprecate: pensiamo di poterle risparmiare al lettore,
arrivando subito alla proposta di Persili. Proposta certamente
inedita, magari “scandalosa” per qualche esperto, ma che
in realtà non sembra avere contro motivazioni filologiche
serie. Se poi, davvero, si trattasse della traduzione “giusta”,
si illuminerebbe in modo plausibile e definitivo il senso di
quell’enigmatico “vide e credette”.
Lasciamo dunque
ancora la parola a Persili, il quale propone innanzitutto di
intendere la parola greca tòpos non come “luogo”,
ma come “posizione”. Non si tratta di un arbitrio,
poiché questo significato è dato anche, tra gli altri,
da quel vocabolario di Lorenzo Rocci che ha accompagnato
generazioni di studenti liceali (il sottoscritto compreso...) e
che è ancora oggi tra i più completi e attendibili.
“Ma quale è
questa posizione del sudario”, continua il nostro parroco
biblista, “posizione così importante da dedicargli
l’intero versetto 7? Pietro (nel racconto, s’intende, che
da lui dovette raccogliere Giovanni che scrive l’evangelo) la
precisa con un tocco da artista per mezzo di una preposizione, eis
(in italiano, “in’) e di un aggettivo numerale, éna
(è l’accusativo accordato con l’accusativo
del sostantivo tòpos, e significa “uno”).
Abbiamo visto che questo aggettivo numerale éna non può
avere il significato dì pròtos e che perciò
non si può tradurre che il sudario stava “nella medesima
posizione”; che non si può neanche sostenere che il
sudario si trovava in un altro luogo, diverso dalla pietra
sepolcrale; infine, che non si può neppure
affermare che il sudario stava in un luogo indeterminato, perché
tale affermazione sarebbe inutile, pleonastica e addirittura
assurda. Dobbiamo perciò concludere che l’espressione
eis éna deve avere un altro significato, che renda viva
e precisa la testimonianza di Pietro. Il numerate eis, come si
legge nel vocabolario del Bonazzi, può essere usato con il
significato di “unico”.
Interrompendo un
momento la citazione, aggiungiamo ciò che al Persili
sembra essere sfuggito e che rafforza invece notevolmente la sua
interpretazione. In effetti (come abbiamo constatato noi
stessi, mentre vagliavamo questa proposta di traduzione) la voce eis
- firmata dall’autorevole Ethelbert Stauffer, docente di Nuovo
Testamento all’Università di Bonn - nei 15 volumi
dell’insuperato Grande Lessico del Nuovo Testamento (“il
Kittel", per gli addetti ai lavori) inizia così: “
Nel Nuovo Testamento, eis è usato solo raramente
come numerale. Per lo più significa solo, unico,
incomparabile, oppure dotato di validità
unica... “. Cioè, esattamente come propone Persili,
del quale riprendiamo adesso la citazione: “ Unico
è il significato che Pietro ha voluto dare a éna.
Il sudario, il grande fazzoletto che avvolge il capo, al
contrario delle bende, era avvolto in una posizione UNICA, nel senso
di singolare, eccezionale, irripetibile. Infatti, mentre avrebbe
dovuto essere disteso sulla pietra sepolcrale con le fasce, era
invece rialzato e avvolto. La posizione del sudario appare unica per
eccellenza agli occhi di Pietro e di Giovanni, perché è
una sfida alla forza di gravita".
Per capire meglio,
bisogna ricordare (stando al nostro autore, che ha però dalla
sua il Nuovo Testamento: il corpo del Risorto è "materiale“,
sì, e si fa per questo “toccare” e mangia e beve,
ma al contempo entra nella sala dove sono discepoli a porte chiuse,
passando dunque attraverso la materia), bisogna dunque ricordare
che “ Gesù non solo non uscì dal sepolcro (il
ribaltamento della pietra all’entrata non fu che un “segno”),
ma che non uscì neanche dalle tele perché,
dall’interno di esse, entrò direttamente nella
dimensione dell’eternità. Così che il suo non fu
uno spostamento da un luogo all’altro, ma il passaggio
misterioso da uno stato all’altro, dal tempo all’eterno".
Pur rispettando
l’enigma, ciò poté avvenire con una sorta di
lampo di luce e di calore: un riflesso “sensibile” del
Mistero, che dovette prosciugare di colpo gli aromi che impregnavano
le tele. Scomparso il corpo, le fasce che lo avevano avvolto, più
pesanti, si abbassarono sulla sindone che esse coprivano e assunsero
quella posizione “distesa” che abbiamo visto. Il
sudario per il capo, più leggero e più piccolo, per
così dire “inamidato” per l’istantaneo
essiccarsi dei profumi liquidi, restò - per usare le parole
stesse del Nuovo Testamento - “ al contrario “ (rispetto
alle fasce) “avvolto”, come quando cingeva la testa
del defunto, apparendo così ai due apostoli “in una
posizione unica".
È’
questa situazione straordinaria che giustifica il “credette”
di Giovanni dopo che “vide”? Di certo, la mancanza
di ogni segno di effrazione e di manomissione nelle tele, dalle quali
nessuno poteva essere uscito o essere stato estratto, e quella
posizione “incomparabile” del sudario, ancora alzato, ma
sul vuoto del lenzuolo sottostante distesosi sulla pietra del
sepolcro; di certo, dunque, tutto questo giustificherebbe l’immediato
comprendere di Giovanni e il suo arrendersi - per primo nella storia
- alla realtà di una risurrezione che aveva lasciato tracce
mute ma così eloquenti.
Per ulteriore
chiarezza ripetiamo infine nella loro interezza i versetti dal 5
al 7 del capitolo 20 di Giovanni nella traduzione di Antonio Persili:
(Giovanni) chinatosi, scorge le fasce distese, ma non entrò.
Giunge intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entra nel
sepolcro e contempla le fasce distese e il sudario, che era sul capo
di lui, non disteso con le fasce, ma al contrario avvolto in una
posizione unica".