(Avvenire
7/6/1991)
SINDONE -
Nuove ipotesi dal “velo” della Veronica di Manoppello
L’enigma
della “vera icona”
Le
singolari tracce che portano al volto di Cristo
Conservato
in un Santuario poco distante da Cieti il “Volto Santo”
di Manoppello fa discutere gli studiosi della Sindone. Secondo il
gesuita Heinric Pfeiffer tra Sindone e “velo” della
Veronica c’è un preciso legame che prova dell’immagine
di Cristo.
ROMA.
In un santuario costruito ne XVII secolo a un passo da Manoppello,
antico borgo non distante da Chieti, è conservato un
eccezionale documento iconografico che, accuratamente studiato
da pochi anni da una monaca trappista tedesca, suor Blandine
Paschalis Schloemann, e da un gesuita tedesco, padre Heinrich
Pfeiffer, docente di storia dell’arte all’università
Gregoriana, si è rivelato come una straordinaria conferma
dell’autenticità della Sindone di Torino. Si tratta del
non troppo famoso, in verità, “Volto Santo”
di Manoppello: un velo sottilissimo, quasi una diapositiva
su tessuto, sul quale si è formata, in modo del tutto
inspiegabile, una “icona” del volto di Cristo che
coincide perfettamente, anche nei minimi particolari, con il
volto della Sindone. Rispetto a questa, tuttavia, il Volto Santo di
Manoppello è molto più nitido, positivo, colorato e in
apparenza privo di tracce di sangue. Anzi, pur riproducendo tutte le
ferite del volto di Cristo, le mostra in un momento che parrebbe
successivo a quello della Sindone, cioè mentre si era
iniziata Ia loro rimarginazione.
Secondo
padre Pfeiffer è questa l’autentica “Veronica”
che un tempo era venerata a Roma in una cappella della basilica
vaticana situata dove ora si trova Ia Pietà del Michelangelo.
Veronica non è la santa che, secondo la tradizione, avrebbe
asciugato con un panno il volto di Cristo, come dice la sesta
stazione della Via Crucis, ma è quel panno stesso, quel velo
sul quale sarebbe rimasta impressa la “vera icona” (da
cui “veronica”) del Signore.
Padre
Pfeiffer ne ha parlato durante una conferenza della lunga serie
sulla Sindone ancora in corso nell’oratorio del Caravita, a
Roma. È questa una non straordinaria chiesa seicentesca presso
Sant’Ignazio, divenuta ora centro di un apostolato
audiovisivo. Dal mese di aprile e fino a tutto giugno vi Si
tengono, ogni venerdì alle 18, conversazioni di specialisti
sui vari aspetti del lenzuolo funebre di Torino. In tutto
quattordici incontri con proiezioni, che fanno emergere,
talvolta, anche aspetti inediti delle più recenti
ricerche sulla Sindone. E come se la “condanna” del
carbonio 14 avesse rimesso in movimento tutti gli studi
sindonici ricaricando di entusiasmo gli appassionati e gli
studiosi con la conseguenza di mettere ulteriormente in luce le
ambiguità, per non dire di peggio, di quell’infelice
esame “scientifico”, ormai privo di ogni credibilità.
Promotrice
di questa attività di diffusione della conoscenza della
Sindone è l’Associazione culturale Sindonis cultores
diretta da un laico, Alberto Di Giglio, e da un gesuita, padre
Domenico Chianella, che opera in questo campo già dal 1975. A
questa serie di conferenze partecipano alcuni tra i massimi
studiosi della materia: dal prof. Gino Zaninotto al prof. Baima
Ballone, al prof. Coppini: medici, fotografi, numismatici,
archeologi, informatici, giornalisti, prelati.
Quella
“Veronica” di cui si diceva all’inizio si trovava a
Roma almeno dal XII secolo. Durante gli Anni Santi i pellegrini
venivano soprattutto per vedere quel Volto, che venne esposto
anche nel lunghissimo giubileo del 1475, durato fino al 1479. Poi
sparì agli inizi del 600 e il “velo” che si trova
ora in San Pietro non ha nulla a che fare con l’originale
Veronica. La tesi di padre Pfeiffer, confortata da una serie
corposa di argomentazioni e documentazioni iconografiche, è
che la Veronica sia proprio il Volto Santo del santuario abruzzese.
Quel velo, infatti comparve a Manoppello agli inizi del 600, quando a
Roma venne distrutta la cappella della Veronica. I Cappuccini lo
hanno fatto studiare, ma senza metterlo in relazione con una serie di
altri documenti che invece, dice Pfeiffer, portano tutti a una
conclusione: il volto di Cristo, così come risulta sia
dalla Sindone che dalla Veronica prese isolatamente sia dalla
loro sovrapposizione, era assai noto agli artisti in epoche assai
precedenti alla ricomparsa della Sindone a Lirey, nella Francia
settentrionale.
L’iconografia
antica di Gesù presenta straordinarie coincidenze. Per
esempio a cominciare da un affresco (assai discusso, in verità)
della metà del terzo secolo ritrovato nel 1953 nell’ipogeo
degli Aureli in viale Manzoni a Roma e frequentato dalla setta
gnostica dei Carpocraziani, per arrivare alle formelle del 420 delle
porte di Santa Sabina, alle monete coniate dall’imperatore
Giustiniano II nel 692 a Costantinopoli. Questa coniazione, a
sua volta, riproduce i tratti
di
Cristo che si vedevano su un “velo” che da Camulia, in
Cappadocia, era stato portato in quella capitale nel 574 da
Giustino II, e coincide con molte altre immagini del volto di Cristo
che denunciano una conoscenza della Sindone e della Veronica in
epoche precedenti al ritrovamento della Sindone stessa.
Tutte
queste immagini presentano infatti un volto un pò rotondo, la
barba bipartita, i capelli ondulati e paralleli, un piccolo ciuffo di
capelli che scende sulla fronte dall’attaccatura e una
specie di acconciatura alta sulla fronte (come Cristo “pantocrator”
del convento di S. Caterina sul Sinai, del secolo XII), che appare
soltanto nella sovrapposizione del Volto di Manoppello sulla Sindone.
Quest’ultima operazione è stata fatta nel
1978 in grandezza naturale, mediante fotografie e con metodo
scientifico dalla monaca trappista tedesca, con risultati, come si
diceva, di una coincidenza incredibile.
Su
questo tema padre Pfeiffer sta curando una edizione di due volumi in
Germania. In breve, Ia sua convinzione è che il
cosiddetto mandilion o asciugamano con cui Gesù,
secondo Ia leggenda, si sarebbe deterso il volto lasciandovi
impressa miracolosamente la propria immagine, donandolo poi a re
Abgar (di cui si parla nei vangeli apocrifi), sia in realtà il
sudario di Cristo. Da Camelia, in Cappadocia, il sudario o Santo
Volto sarebbe stato trasportato prima a Costantinopoli e poi a
Roma, dove era conosciuto come immagine acheropita (non dipinta
da mano umana) nel Patriarchio lateranense dove è oggi la
Scala Santa. Da Roma arrivò infine a Manoppello, dove fu
venduto per ricavarne il prezzo del riscatto di un soldato
prigioniero e arrivò nelle mani dei cappuccini. Invece quello
che si credeva fosse il mandilion di Edessa (l’attuale Urfa,
nella regione sud-orientale della moderna Turchia, che fa parte del
Curdistan) sarebbe la vera Sindone che, trasportata a
Costantinopoli, ne sparì per riapparire molto più
tardi a Lirey e finire a Torino.
La
ricostruzione appare certamente ardita ed è contestata da
altri sindonologi, ma si basa su argomentazioni suggestive che
posseggono anche una considerevole forza logica e un notevole
apparato documentario. Quella coincidenza tra Sindone di Torino e
volto Santo di Manoppello, per esempio, è un mistero che
parla. Peccato, dunque, che un oggetto “misterioso”
come il Velo di Manoppello non sia stato oggetto all’infuori di
quel Pfeiffer di studi approfonditi e sia stato lasciato quasi
unicamente alla devozione dei fede!i.
Un po’
come è accaduto per il miracolo di Lanciano (un’ostia
trasformatasi miracolosamente in carne, come a Bolsena, durante
una celebrazione eucaristica), che risale all’ ottavo
secolo e di cui pure si parlerà venerdì prossimo al
Caravita. Quest’ultima “reliquia” è
risultata, alle analisi scientifiche, essere una sottile sezione di
muscolo cardiaco umano come liofilizzato, cioè
perfettamente conservato privo di liquidi, in forma di ostia. E
il suo sangue ha ho stesso gruppo (AB) di quello trovato sulla
Sindone.