Il Volto
Santo di Manoppello
di
Francesco Barbesino - Cristianità
n. 311 (2002)
Convenzionalmente
la problematica relativa all’esistenza di un prototipo
ispiratore delle antiche immagini — icone o reliquie — di
Cristo si orienta in modo prevalente verso la Sindone di Torino (1).
Quindi, ogni altra immagine viene in qualche modo a "turbare"
lo stato d’avanzamento di questa ormai secolare ricerca. È
quanto accade, per esempio, relativamente al Volto Santo di
Manoppello, al quale è dedicata un’opera, intitolata
appunto Il Volto Santo di Manoppello, edita nel 2000 e curata
da padre Heinrich Pfeiffer S.J. (2).
L’autore
è tutt’altro che ignoto a chi s’interessa, anche
se marginalmente, di problemi riguardanti l’iconografia
cristiana. Si tratta infatti di un gesuita tedesco, docente di Storia
dell’Arte nella Pontificia Università Gregoriana,
direttore, presso la stessa, del Corso Superiore per i Beni Culturali
della Chiesa e membro della Pontificia Commissione per i Beni
Culturali della Chiesa. Dell’opera padre Pfeiffer S:J. non è
solo curatore, ma anche coautore di gran parte del testo: infatti,
sono suoi la Premessa (pp. 13-15) e i capitoli La storia
delle Acheropite (pp. 16-23), Il Volto Santo di Manoppello
(pp. 24-31), I due modelli per l’immagine di Cristo
nell’arte: la Sindone e il Volto Santo di Manoppello (pp.
32-40), Le leggende (pp. 66-71), Ipotesi sulla genesi
dell’immagine (pp. 72-74) e La "Relatione
historica" (pp. 75-77). Con lui collabora una religiosa
trappista boema, suor Blandine Pascalis Schlömer, dell’abbazia
di Maria Frieden, di Dahlem, in Germania, autrice del capitolo Il
Velo del Volto Santo di Manoppello e la Sacra Sindone di Torino
(pp. 41-65). Di lei padre Pfeiffer S.J. dice che "[...]
ha dato la migliore descrizione del Volto Santo di Manoppello"
(p. 28), descrizione alla quale si rifà ampiamente.
L’appendice, Manoppello. Il nucleo urbano e il patrimonio
storico-artistico (pp. 86-109) — preceduta dall’Indice
dei nomi e dei luoghi (pp. 78-81) — è del professor
Adriano Ghisetti Giavarina, docente di Storia dell’Architettura
presso la Facoltà di Architettura di Pescara, che presenta il
borgo dov’è conservata la reliquia e i suoi aspetti
storico-artistici, con corredo fotografico.
L’opera
è aperta da Presentazioni del sindaco di Manoppello, in
provincia di Pescara, professor Luca Giorgio De Luca (p. 6), del
vicesindaco e assessore alla Cultura geometra Giovanni Terreri (p. 7)
e del responsabile del Centro Servizi Culturali-Torre de’
Passeri dottor Mario d’Eramo (p. 8). Nella Prefazione
raccomanda la ricerca il card. Fiorenzo Angelini, presidente emerito
del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, che, con la
Congregazione benedettina delle Suore Riparatrici del Santo Volto di
Nostro Signore Gesù Cristo, ha fondato l’Istituto
Internazionale di Ricerca sul Volto di Cristo e ne è tuttora
il maggior promotore (pp. 9-10). Nella prefazione il porporato
scrive: "Sono [...] convinto che il volume segnerà
una data nella storia dell’iconografia riguardante la
raffigurazione del Volto di Cristo" (p. 9). Segue
un’Introduzione del rettore del santuario dove il Volto
Santo è conservato, padre Germano Di Pietro O. F.M. Cap. (pp.
11-12).
L’opera
è dunque focalizzata sulla reliquia (3) che si trova a
Manoppello, un paese abruzzese posto fra verdi colline ai piedi della
Maiella. Nel 1620 vi sono giunti i frati cappuccini che hanno
edificato, fuori dell’abitato, un convento con una piccola
chiesa dedicata a San Michele Arcangelo. Lì, dal 1638, si
custodisce la reliquia intorno alla quale, crescendone la fama, la
chiesetta primitiva si è venuta ampliando fino a divenire,
nella seconda metà del secolo XX, il Santuario del Volto
Santo.
Infatti,
quanto richiama al santuario folle di pellegrini è un volto
d’uomo impresso su ambo i lati di una tela quasi trasparente —
come in una diapositiva — "[...] come quello di
una persona viva che si trova dietro al tessuto e che guarda
attraverso questa stoffa sottilissima: una persona con capelli di uno
splendore meraviglioso, [...] che cadono in due bande sciolte
su tutti e due i lati. Ma ciò che parla di più in
questo volto sono gli occhi di un bianco molto intenso. Lo sguardo è
gentile. C’è come un sorriso nell’espressione"
(p. 28). Tuttavia per un osservatore non frettoloso "c’è
qualcosa di inspiegabile e di totalmente inconsueto. Per esempio la
stoffa appare molto antica, con una superficie ruvida, ma da un
momento all’altro la stessa stoffa appare come una tessitura
finissima e delicatissima e totalmente trasparente, perfino
splendente. Nella stessa maniera il volto umano che si può
scorgere su questa stoffa appare una volta con un intensissimo
colorito e delineato con molta precisione nel disegno dei capelli e
degli altri dettagli — ci si trova davanti una immagine che
appare compatta in una tonalità scura di un’ocra a
tratti verdeggiante — e poi si è sorpresi di vedere
invece un tessuto bianco, quasi un soffio tanto è esile"
(ibidem). Inoltre, "se si pone il Velo
contro la luce, quando essa passa direttamente da dietro attraverso
il tessuto, l’immagine sparisce come se i fili l’avessero
assorbita" (p. 29). Quasi inutile aggiungere che non si
scorgono, neppure a forti ingrandimenti, tracce di apporto di colore
sulle fibre del tessuto. Quest’ultimo può venir
osservato solo se ci si pone da una determinata angolazione rispetto
all’immagine o se si colloca uno schermo opaco posteriormente a
essa.
1.
Ipotesi di un itinerario
Il
Volto Santo o Velo di Manoppello è con certezza acquisito
stabilmente dai padri cappuccini dal 1638. Ne fa stato una Relatione
historica di padre Donato di Bomba. Questa relazione, scritta fra
il 1640 circa e il 1646, è certamente leggendaria per gli
episodi più lontani nel tempo, ma non mente riguardo a quelli
più prossimi. L’avvenuta donazione ai padri cappuccini
del Velo da parte del dottor Donato Antonio de Fabritiis è
confermata anche da un atto notarile del 1646.
La
Relatione historica narra quella che si può considerare
la vulgata dell’acquisizione del Volto Santo. Un giorno
del 1506 il dottor Giacomo Antonio Leonelli se ne stava a conversare
con altri signori dinnanzi alla chiesa di San Nicola di Manoppello
quando gli si avvicina un pellegrino "d’aspetto
Religioso et molto venerando" (p. 76), che lo invita ad
appartarsi con lui in chiesa e ivi gli consegna un involto,
raccomandandogli di tenerlo molto caro. Dall’involto, subito
srotolato, appare il Volto Santo, ma il misterioso pellegrino era già
scomparso né è in alcun modo possibile rintracciarlo.
Così il Velo diviene un bene della famiglia Leonelli e circa
cento anni dopo costituisce la dote di una Marzia Leonelli, andata
sposa a "un soldato ed uomo d’armi" (p. 77).
Sembra che il fratello della sposa si opponesse alla consegna della
reliquia e che l’uomo d’armi se ne sia impadronito con la
forza ma che, una volta in possesso della reliquia, l’abbia
conservata con poca cura e rispetto. In seguito, nel 1618, Marzia,
per riscattare il marito in prigione a Chieti, cede per quattro scudi
il Velo al dottor Donato Antonio de Fabritiis, che dopo il 1620 ne fa
dono ai padri cappuccini giunti a Manoppello proprio in seguito a una
sua sollecitazione. La Relatione historica precisa che, già
prima della ratifica del passaggio di proprietà del Velo, il
primo superiore dei cappuccini, padre Clemente da Castelvecchio,
aveva rifilato il panno tagliando con le forbici tutti "gli
stracciatelli" (ibidem) che pendevano dal consunto
tessuto mentre fra Remigio di Rapino provvedeva a racchiuderlo fra
due vetri entro una cornice di noce, con una luce di cm. 24 x 17,5.
Questo
racconto, certo in parte leggendario, diviene uno degli elementi
analizzati da padre Pfeiffer S.J. a sostegno di uno dei fatti che
ritiene di aver accertato dopo anni di ricerche e che sintetizza
così: "Il Velo con il suo volto non è
nient’altro che la Veronica romana creduta smarrita"
(p. 13).
La
Veronica, sarà bene ricordarlo, era la pia donna che, secondo
una leggenda tardomedioevale —diffusissima in Occidente, fino a
divenire una delle stazioni della Via Crucis —, aveva deterso
con il suo velo il volto di Gesù durante la dolorosa salita al
Calvario. Il nome è la forma latina tarda e paretimologica del
nome greco Berenice; compare in uno scritto apocrifo del secolo VI,
gli Atti di Pilato, ed è stata talvolta identificata
con l’emorroissa guarita da Gesù, della quale parlano i
Vangeli Sinottici (4). Il sudore e sangue sgorgato avevano impresso
miracolosamente sul panno la Vera icona del Salvatore. Questo
Volto è un oggetto storico certamente presente a Roma dal
secolo XII. Papa Innocenzo III (1198-1216) ne promuove in particolare
il culto, istituisce una processione annuale e concede indulgenze a
quanti piamente vi partecipino. Racchiusa in una cornice dorata, dono
di tre signori veneziani, viene esposta in San Pietro durante le
maggiori festività e in particolare durante gli Anni Santi del
1300 e del 1350. Ostensioni alle quali accenna anche Dante Alighieri
(1265-1321) rispettivamente nella Vita nuova (5) e nel
Paradiso (6).
Dunque
la Relatione historica, come avviene per molti testi
leggendari, contiene un nocciolo di verità. Il misterioso
pellegrino che consegna in segreto il Velo al dottor Leonelli, e
subito dopo scompare definitivamente dalla scena, è con ogni
probabilità leggendario. Padre Pfeiffer S.J. ritiene che
dietro l’acquisizione violenta della reliquia, operata
dall’uomo d’armi, si nasconda una diversa acquisizione
violenta, tutt’altro che leggendaria, quella avvenuta a Roma in
San Pietro, o nel vicino archivio, a opera d’ignoti i primi
anni del secolo XVII. Si fa rilevare che i vetri del reliquiario del
1350 che custodiva la Veronica sono rotti e i documenti attestano che
questo è avvenuto prima del 1618. Si tratta di due vetri
paralleli che, evidentemente, servivano per vedere il Volto di Cristo
da ambedue i lati. Un indizio a favore dell’ipotesi
dell’effrazione è la scheggia di cristallo di rocca
individuata proprio sul bordo inferiore del Volto Santo di
Manoppello.
Non
mancano anche prove iconografiche: prima del 1616 tutte le copie
della Veronica hanno, come il Volto Santo, gli occhi aperti mentre le
poche immagini giunte fino a noi dopo tale data presentano gli occhi
chiusi. Quanti, e sono veramente pochi, nel secolo XX hanno potuto
osservare la tela custodita in San Pietro, nella cappella che si apre
sopra la statua della Veronica — pilastro sud-occidentale della
cupola — affermano che si tratta di un panno quadrato di colore
chiaro, non trasparente, sul quale non si distingue alcun lineamento
(7). Un altro elemento che induce a pensare che l’originale non
sia più lì. D’altra parte, l’ultima
ostensione pubblica risale agli anni 1600-1601. In seguito, sia Papa
Paolo V (1604-1621) che Papa Urbano VIII (1623-1644) ne proibirono
qualsiasi copia, anzi quest’ultimo, nel 1629, decretò la
distruzione di tutte quelle esistenti.
A
questo punto padre Pfeiffer S.J. compie un ulteriore passo procedendo
a ritroso nella storia ma, molto correttamente, lo presenta solo come
una ragionevole ipotesi. L’ipotesi è questa: il velo di
Manoppello, alias Veronica romana, un tempo era conosciuto
nell’Impero Romano d’Oriente come l’Immagine di
Camulia. L’immagine che si riteneva acheropita (8) —
cioè non fatta da mani d’uomo, al pari della Veronica —,
originaria della piccola città di Kamulia, o Kamuliane, in
Cappadocia, viene traslata da Cesarea, capitale della regione, a
Costantinopoli nel 574. In breve la Camuliana diventa il palladio,
l’immagine protettrice della capitale: garantiva protezione
alla città e vittoria agli eserciti imperiali. Si ritiene che
la reliquia venisse accolta con entusiasmo a Bisanzio per sostituire
il Labarum di Costantino I (280 ca.-337), andato perduto
durante il regno di Giuliano l’Apostata (331-363), anche se le
caratteristiche di questa insegna sono a noi tuttora ignote. Viene
segnalata in Africa nella battaglia di Costantina, del 581, in quella
sul fiume Arzaman, del 586, e in molti altri episodi bellici.
L’imperatore Eraclio (575-641) in partenza per una campagna in
Persia, nel 622, stringeva in mano uno stendardo sul quale era
ricamata l’immagine di Camulia. E ancora nel 626, durante
l’assedio di Costantinopoli da parte degli àvari, la
santa immagine viene esposta sulle mura a difesa della città.
Un
giorno l’immagine sparisce per non ricomparire più a
Costantinopoli. Potrebbe esser andata distrutta in battaglia, ma
l’ipotesi più ragionevole, sostenuta anche dal padre
gesuita, è che sia stata inviata segretamente a Roma.
Nella
Vita di Germano I, patriarca di Costantinopoli (715-730), si
narra che questi mette in salvo l’Acheropita gettandola
in mare; miracolosamente questa giunge al largo di Ostia, ove viene
ripescata e portata a Roma. Malgrado il carattere in parte
leggendario della narrazione sono noti altri documenti che sembrano
confermare la sostanza dell’avvenimento, cioè l’invio
della reliquia a Roma (9).
Padre
Pfeiffer S.J. colloca la data di questo trasferimento negli anni che
intercorrono fra il primo e il secondo regno di Giustiniano II (679
ca.-711), dal 695 al 705, ma, a mio avviso, questo potrebbe essere
avvenuto almeno dieci o vent’anni più tardi (10).
Naturalmente
la Camuliana, messa in salvo a Roma, rimaneva ancora proprietà
del Patriarcato di Costantinopoli e non poteva essere assunta come
protettrice di una città, ove era stata inviata in via
temporanea con il tacito accordo che venisse restituita, quando fosse
cessata la persecuzione delle immagini. Giustamente l’autore fa
notare che la Veronica-Camuliana viene mostrata pubblicamente solo
dopo il definitivo declino della potenza di Bisanzio, cioè
dopo la caduta di Costantinopoli del 1204 (11).
Ma
dove viene conservata per quasi cinque secoli prima che iniziassero
le ostensioni pubbliche? Anche a questa domanda si è cercato
di dare una ragionevole risposta. Da tempi antichissimi è noto
che nell’oratorio di San Lorenzo, detto Sancta Sanctorum,
situato nei Palazzi Laterani, si venera un’immagine del
Salvatore. Quest’immagine, che si riteneva "non fatta da
mano d’uomo", era il palladio di Roma. Oggi si presenta
come una tavola rivestita di lamine d’argento, al disopra delle
quali appare un volto dai grandi occhi, con barba e baffi sottili,
circondato dal nimbo inserito in uno spazio ottagonale. Per secoli fu
impossibile condurre su di essa uno studio accurato e solo nel 1907
Papa san Pio X (1903-1914) concede a monsignor Joseph Wilpert
(1857-1944), archeologo di chiara fama, questo eccezionale privilegio
(12). Questi individua le tracce di tre successivi restauri. Quello
nel nostro caso di maggior interesse è eseguito sotto il
pontificato di Papa Alessandro III (1159-1181) e consiste
nell’applicazione di un velo di seta dipinto sulla tavola
sottostante, estremamente danneggiata dal tempo.
Sulla
base di queste indicazioni padre Pfeiffer S.J. avanza l’ipotesi
che il velo dipinto, applicato sopra l’immagine originale con
un procedimento del tutto inconsueto, possa indicare che in passato
nel Sancta Sanctorum si venerava un altro Velo, quello dell’Immagine
di Camulia, forse nascosto da una maschera metallica. Quando questa
può finalmente venir mostrata pubblicamente, sull’icona
originaria si applica una copia dell’Acheropita, che era
stata ormai trasferita definitivamente — fino al furto che si
consumerà nei primi anni del secolo XVII —, con il
titolo di Veronica, in San Pietro (13).
2.
I modelli originari del volto di Cristo
Sempre
secondo il padre gesuita gli archetipi a cui attingono fin dai primi
secoli dell’era cristiana le immagini di Cristo, sia in
Occidente che in Oriente, sono le uniche due Acheropite giunte
fino a noi: la Sindone di Torino e il Volto Santo di Manoppello.
Malgrado l’iconografia del volto del Salvatore si sia
sviluppata con il passare dei secoli, essa tuttavia è rimasta
sostanzialmente fedele a un tipo classico, che si riconosce in base a
numerosi particolari caratteristici, o elementi spia, sempre
presenti, almeno in parte, in tutte le rappresentazioni artistiche. È
utile sottolineare che, a differenza degl’idoli pagani o delle
immagini di Buddha, si tratta sempre di un volto asimmetrico e
personale.
Questi
elementi riconducono invariabilmente all’una o all’altra
o ad ambedue le reliquie, mentre al tempo stesso testimoniano che
queste esistevano ed erano note già almeno dal secolo IV.
La
Sindone evidenzia maggiormente la struttura ossea mentre il Volto
Santo, più rotondo, sottolinea gli aspetti vitali, gli occhi
in particolare.
Là
dove si può supporre una più diretta conoscenza della
Sindone — o Mandylion o Immagine di Edessa (14) —,
i caratteri iconografici del Telo di Torino sono prevalenti. Così
avviene, per esempio, nei mosaici del Cristo Pantocratore a
Costantinopoli e nelle aree permeate dalla cultura bizantina, mentre
nel caso in cui si può supporre una conoscenza diretta della
Veronica romana, come per l’arte fiamminga del 1400, prevale
l’influenza di quest’ultima.
Tuttavia
vi sono numerosi casi nei quali questo semplice schema non viene
rispettato: secondo l’autore, nelle catacombe romane e nei
mosaici di Sant’Apollinare Nuovo, del 520, gli occhi di Cristo
sono quelli del Velo di Manoppello, che all’epoca non doveva
ancora esser giunto in Italia. D’altra parte, se gli elementi
spia appartenenti alle due Acheropite spesso sono
riconoscibili nella stessa immagine o una di esse invade l’area
ove, per ragioni geografiche e storiche, si sarebbe tentati di
escluderne l’influenza, le indiscutibili coincidenze
iconografiche aprono più problemi di quanti, allo stato
attuale della conoscenze, non si sia in grado di risolvere. Padre
Pfeiffer S.J. si pone infatti alcune difficili domande: "Furono
fatti dei disegni secondo il modello del Volto Santo che oggi è
venerato a Manoppello già verso la fine del IV secolo?"
(p. 38). Come ricorda altrove lo stesso padre gesuita (15),
sant’Ireneo di Lione (130 ca.-200 ca.) racconta, nell’opera
Contro le eresie (16), che i seguaci dell’eresiarca
gnostico egiziano Carpocrate (sec. II), possedevano e veneravano
immagini di Cristo "[...] alcune immagini dipinte,
altre fabbricate anche con altro materiale" (17), realizzate
sul modello fatto eseguire da Ponzio Pilato "[...] nel
tempo in cui Gesù era con gli uomini" (18). "Questi
disegni furono fatti a Roma? I due modelli, la Sindone ed il Velo,
erano ancora insieme a quel tempo? I due modelli erano insieme, ma
separati l’uno dall’altro materialmente, o formavano
ancora un’unità, con un pezzo di stoffa sovrapposto
all’altro?" (ibidem). Domande legittime che
rimandano però a un altro ordine di problemi sui quali già
si sono versati fiumi d’inchiostro senza che si sia ancora
giunti a una interpretazione coerente con l’insieme dei
risultati proveniente dalle varie indagini sperimentali, storiche ed
esegetiche. Quali e quanti furono i panni funerari utilizzati nella
sepoltura di Gesù; come e quando furono utilizzati e in quale
disposizione vennero collocati sulla salma e, infine, chi furono i
primi possessori di tali reliquie e quale l’itinerario da
queste percorso nei secoli successivi?
3.
Volto Santo e icone del Volto di Cristo
A
questo punto dell’analisi iconografica a padre Pfeiffer S.J.
subentra suor Schlömer O.C.S.O. Come lei stessa racconta,
diversi anni fa, ricoverata nell’infermeria dell’abbazia,
è in qualche modo costretta a osservare l’unico oggetto
che, oltre al Crocifisso, arredava le pareti della camera: la
riproduzione di un Volto di Cristo conservato presso il Museo delle
Icone di Recklinghausen, in Germania. Nel tentativo di riprodurlo
inizia a famigliarizzarsi con i tratti caratteristici di quel Volto.
In seguito ha modo di approfondire la conoscenza delle icone e della
loro tecnica pittorica, fino a divenire lei stessa pittrice d’icone
e a scoprire, non senza sorpresa, la presenza di alcuni elementi
caratteristici che erano comuni ai Volti di Cristo osservabili in
chiese e in musei, realizzati in un ampio arco di secoli.
Tutte
queste osservazioni conducevano inevitabilmente a ricercare un
prototipo. La religiosa trappista lo cercava in Oriente, nella Santa
Sindone, l’immagine che era più cara al suo cuore;
malgrado avesse conosciuto il padre gesuita, che le aveva parlato
della Veronica romana conservata a Manoppello, in un primo tempo non
volle interessarsene. Si decise infine dicendo a sé stessa che
non spettava a lei rigettare a priori una venerata immagine
solo perché i tratti somatici non erano quelli che avrebbe
desiderato. E così, dopo una prolungata osservazione, è
in grado d’individuare sul Velo di Manoppello molti tratti
caratteristici o elementi spia, presenti in tutte le antiche
icone di Cristo.
Nell’opera
vengono analizzati sei esempi d’immagini famose disposte in
ordine cronologico secondo la datazione storica loro attribuita, da
quella relativamente più recente a quella più antica.
Esse vanno da Il Risorto dell’Altare di Vyšši
Brod, conservato nella Nationalgalerie di Praga, in Cechia, e datato
1350, al Cristo Pantocratore nell’abside della chiesa di
Santa Prudenziana a Roma, della fine del 300. Le immagini inserite
nel testo mostrano il Volto di Cristo e, a lato, lo stesso con il
Velo sovrapposto (19), dalla parte anteriore o posteriore.
Davanti
a queste ottime riproduzioni è doveroso anzitutto ricordare il
detto antico, secondo cui contra factum non est argumentum.
Infatti, mi pare balzi agli occhi la strettissima somiglianza fra
il Volto di Manoppello e quello delle icone considerate, anche se
alcuni elementi iconografici sono propri della Santa Sindone.
Si
tratta di un risultato che sarebbe sufficiente a giustificare una
maggior attenzione da parte dei sindonologi al Velo di Manoppello
(20) e alle ricerche sin qui condotte da suor Schlömer O.C.S.O.
4.
Volto Santo e Sindone
Se,
spesso, nella stessa opera d’arte alcuni elementi propri della
Santa Sindone appaiono contemporaneamente ad altri tipici del Volto
di Manoppello, è pur vero che non era visibile in passato il
Volto della Sindone, così come oggi lo conosciamo attraverso
il suo negativo fotografico, con un’eccezionale ricchezza di
particolari. Come sarebbe stato possibile riprendere alcune tracce
delicatissime del Volto, se non fosse stata nota l’immagine
impressa sul Velo? Eppure la tradizione, anche se espressa in
racconti leggendari, non ha mai associato le due reliquie. Queste le
domande che si pone anche suor Schlömer O.C. S.O.
A
prima vista i due Volti sembrano escludersi vicendevolmente; a
un’immagine dai contorni sfumati se ne contrappone una quasi
fotografica. Qui colori sfumati, là colori forti. Il volto
maestoso, solenne anche nella morte, si trasforma in un comune viso
umano la cui bellezza affiora solo se lo si osserva a lungo con
pazienza. Tuttavia, sovrapponendo il negativo della Sindone,
successivo alla prima fotografia scattata da Giuseppe Enrie
(1888-1961) nel 1931 (21), e la parte anteriore del Velo
s’individuano ben dieci punti di congruenza. La religiosa
trappista fornisce nel testo istruzioni molto dettagliate per
ottenere tale sovrapposizione.
D’altra
parte una prova immediata di questa sostanziale somiglianza si
ottiene se si osserva che alcune celebri icone — per esempio,
quella del Cristo del Monastero di Santa Caterina al Sinai — si
sovrappongono quasi perfettamente sia alla Sindone che al Volto
Santo.
Ancora
una notazione. In altri scritti di suor Schlömer O.C.S.O. trovo
un’affermazione che, a mio giudizio, dilata in modo improprio
l’oggettiva corrispondenza constatata fra i due Volti: "Capii
che la Sindone doveva esser letta diversamente: gli occhi non sono
chiusi e si vedono anche i denti come nel Velo di Manoppello"
(22). Mi limito agli occhi. Si può concedere che l’occhio
sinistro sia socchiuso e che permetta d’intravedere la pupilla,
perché l’ispessimento di forma circolare che si osserva
al centro dell’occhio destro in questo caso è scivolato
sul sopracciglio (23). Tuttavia che l’occhio destro sia chiuso,
e vi sia un bottone o una moneta sovrapposto alla palpebra è
provato con certezza (24) e non può venir ignorato.
Naturalmente
questo appunto nulla toglie alla ricerca altamente meritevole e ricca
di risultati di suor Schlömer O.C.S.O. né, tanto meno,
all’opera curata e redatta da padre Pfeiffer S.J., esemplare
oltre tutto per l’impianto logico e la concisione, e che perciò
si raccomanda non solo agli addetti ai lavori ma anche a quanti
vogliano conoscere una fra le meno note e fra le più
misteriose reliquie della Cristianità.