Famiglia
Cristiana n. 13 del 27-5-2005
Il VELO SUL QUALE È
IMPRESSO IL VISO DI CRISTO CUSTODITO
A MANOPPELLO
IL
VOLTO DEL MISTERO
Perfettamente
sovrapponibile alla Sindone, è anch’esso «testimonianza
divina della Passione e Risurrezione di Gesù», dice il
gesuita Pfeiffer, che l’ha studiato.
Da 400
anni, nel santuario abruzzese di Manoppello (in provincia di Pescara
e nella diocesi di Chieti), si venera un velo sul quale è
impresso il volto di Gesù Cristo, con gli occhi aperti e con i
segni della passione. La tradizione popolare lo ha sempre considerato
una reliquia, ma gli studi storLici non sono mai andati
particolarmente a fondo, fino a quando non hanno cominciato a
occuparsene il gesuita Heinrich Pfeiffer, docente di Storia dell’arte
nella Pontificia università gregoriana e uno dei massimi
esperti mondiali d’iconografia cristiana, e suor Blandina
Paschalis Schlömer.
Quest’ultima
ha riconosciuto nel volto di Manoppello la perfetta sovrapponibilità
con il volto della Sindone, con la collaborazione del redentorista
Andreas Resch che ha elaborato le immagini al computer. Padre
Pfeiffer ha invece soprattutto verificato le compatibilità del
Volto santo con le raffigurazioni di Cristo nell’arte del primo
millennio.
«Sin
dal VI secolo s’impose in Oriente un modello del quale
l’esempio più antico è l’icona del
Pantocràtore (l’"Onnipotente", il "Signore
del mondo"), conservata nel monastero di Santa Caterina sul
monte Sinai, in Egitto. La spiegazione è legata alla comparsa
e alla divulgazione delle immagini di Gesù ritenute di origine
miracolosa, tutte e due su pezzi di stoffa: prima il Mandylion a
Edessa, che dovrebbe essere il telo oggi noto come Sindone, e subito
dopo quella di Camulia in Cappadocia, che probabilmente è il
velo esposto a Manoppello. Lo stesso "tipo classico" è
già presente nell’affresco raffigurante Cristo, della
fine del IV secolo, che si trova sulla volta di un cubicolo della
catacomba dei santi Pietro e Marcellino».
«Di
un prototipo al quale tutte le immagini di Cristo devono uniformarsi
si parla sin dal VI-VII secolo, ma nei documenti non viene mai
specificato se si tratti di Cristo stesso o della sua immagine. Anche
un’immagine di Cristo che un pittore avrebbe realizzato nel
tempo della sua vita terrena non poteva essere il prototipo di cui
parlano i testi conciliari di Nicea II: ne danno conferma quasi tutte
le leggende che parlano della realizzazione dei ritratti autentici di
Gesù e che costituiscono una specie di teologia popolare».
«Il
volto della Sindone sottolinea più la struttura ossea e
rigida, quello di Manoppello appare più rotondo. Così
tutti i mosaici del Cristo Pantocràtore, a Costantinopoli, in
Grecia e in Sicilia, rappresentano il tipo che palesa principalmente
la Sindone come modello. Le immagini di Cristo dell’arte
fiamminga del Quattrocento sono invece piuttosto da mettere in
rapporto con il Volto santo di Manoppello. Nel primo caso, i
mosaicisti vengono nel XII secolo da Costantinopoli, dove hanno
conosciuto il Mandylion, cioè la Sindone. Nel secondo caso,
gli artisti hanno avuto piuttosto la conoscenza della Veronica
romana, cioè del velo di Manoppello».
Verso
il 705, il Volto santo sarebbe sparito da Costantinopoli e sarebbe
giunto a Roma durante il pontificato di Giovanni VII. Secondo la
ricostruzione da lei realizzata, che cosa fece a quel punto il Papa?
«La
mia ipotesi è che, per proteggerlo e sottrarlo dagli sguardi
dell’autorità bizantina, il Volto santo venne posto
sull’icona del Salvatore, chiamata sin dall’ottavo secolo
l’Acheropita, che era custodita nel Sancta Sanctorum del
Laterano. Lo documenta il fatto che sopra il volto si trova da secoli
un velo dipinto, e soltanto questo volto sul velo è ancora
riconoscibile. Poiché un tale procedimento è inusuale,
è da supporre che il velo dipinto abbia dovuto sostituire un
altro oggetto di stoffa. Non potrebbe essere stato questo oggetto
nient’altro che il Volto santo di Manoppello, o meglio
l’immagine di Camulia? Una volta fissato sopra un’icona e
inserito sotto una maschera metallica, l’esile telo non si è
più potuto vedere, e nello stesso tempo esso poteva essere
venerato con un culto pubblico. Impossibile immaginare un
nascondiglio migliore».
Intorno
al 1200, con il declino dell’Impero bizantino, il Papa si
appropriò esplicitamente della reliquia, che cominciò
a essere esposta in San Pietro e portata in processione per le vie
di Roma. Per alcuni secoli la situazione rimase immutata, ma poi,
agli inizi del XVII secolo, l’immagine del Vaticano cambiò
aspetto: dai precedenti occhi aperti, venne rappresentata con gli
occhi chiusi, mentre anche l’aspetto generale si era
modificato. Come mai?
«Il
furto da San Pietro del cosiddetto "velo della Veronica",
mai ammesso dal Vaticano, spinse Paolo V a far dipingere un nuovo
Volto santo per poterne donare una copia alla regina polacca Maria
Costanza. Ma questa nuova creazione fu un vero e proprio pasticcio,
composto da un ricordo della Veronica, dalla sagoma del Mandylion che
si conservava in questo tempo nella chiesa di San Silvestro a Roma e
dalla conoscenza della Sindone di Torino attraverso una copia in
misura originale che si trovava a Roma nella chiesa del Sudario. Oggi
il quadro conservato nella basilica, secondo quanto mi ha descritto
lo scomparso monsignor Paul Krieg del Capitolo di San Pietro, è
una lastra d’oro sulla quale è fissato un velo consunto,
coperto da un altro velo dove si può scorgere a stento la
barba di Cristo».
«Gli
esatti passaggi dopo il furto romano non ci sono noti. Ma una
Relatione historica, scritta dal cappuccino Donato da Bomba
nel 1646, riferisce che un certo Donato Antonio De Fabritiis donò
la reliquia – che aveva acquistato dalla moglie di un soldato
finito in carcere a Chieti – ai frati cappuccini di Manoppello,
che ormai da quasi quattro secoli custodiscono il velo, adesso
perennemente esposto sull’altare maggiore del santuario».
La
sovrapposizione fra la Sindone di Torino e il velo di Manoppello
mostra una perfetta compatibilità dei volti. Ma qual è,
a suo parere, la ragione per cui Dio ha voluto lasciarci queste
perenni immagini del suo Figlio prediletto, impresse sui due teli?
«Il
motivo è che sono testimonianze divine della Passione e della
Risurrezione corporale di Gesù Cristo e, attraverso esse, ci
viene offerto un primo assaggio della sua gloria. Se cerchiamo
d’individuare il momento in cui si sono realizzate le due
immagini perfettamente sovrapponibili, ci resta solo quello in cui il
corpo, dal quale le immagini provengono, è stato nel Sepolcro.
Non vedo altra possibilità. Pertanto abbiamo due immagini
autentiche di Gesù di Nazareth che testimoniano la sua
presenza all’interno della tomba nella quale il suo corpo morto
fu sepolto e dalla quale egli è risorto dopo tre giorni con il
suo corpo glorioso».
Saverio Gaeta